Il grasso che non ingrassa

Lo squilibrio tra acidi gradi omega 6 e omega 3 è un fenomeno in crescita che provoca obesità e infiammazione

del dottor Luca Paolini

Alcune organizzazioni, ma anche alcuni “esperti”, continuano a sostenere che l’obesità sia il risultato dello sbilanciamento tra l’energia che introduciamo nel nostro corpo tramite il cibo e l’energia che spendiamo con le nostre attività quotidiane. Oggi la scienza ci suggerisce altro: i singoli nutrienti, che sono le fonti delle calorie, influenzano maggiormente  il metabolismo umano e il controllo dell’appetito.
Ad esempio, le calorie degli oli vegetali ricchi di acido linoleico, un acido grasso omega 6, sono proinfiammatorie e trombogeniche, mentre le calorie assunte con il pesce, ad alto contenuto di acidi grassi omega 3, hanno un potere antinfiammatorio e antitrombotico.

Oggi sappiamo che le moderne tecniche di approvvigionamento del cibo, le tecnologie alimentari e i cambiamenti in agricoltura hanno portato a un'enorme produzione di oli vegetali ricchi in omega 6. Negli allevamenti l’alimentazione animale è passata dall’erba ai cereali, con la conseguente maggiore presenza di omega 6 sotto forma di acido linoleico e di acido arachidonico nella carne, nel latte e nelle uova.

Questo squilibrio nella quantità di acidi grassi omega 6 e omega 3 è un nuovo fenomeno che non è mai stato parte della storia dell’evoluzione dell'essere umano. Gli esseri umani si sono evoluti grazie a una dieta che aveva la stessa quantità di omega 6 e omega 3. Questo rapporto bilanciato tra gli acidi grassi è fondamentale per un corretto sviluppo umano durante la gravidanza e l'allattamento, per la prevenzione delle malattie croniche e della loro gestione.
La tipica dieta occidentale odierna fornisce un rapporto tra omega 6 a omega 3 di circa 16 a 1. Un’assunzione dietetica così elevata di acidi grassi omega 6 porta a un aumento del tessuto adiposo bianco e a uno stato di infiammazione cronica (caratteristiche tipiche dell'obesità). Che può scatenare conseguenze più gravi come: il diabete di tipo 2, le malattie cardiovascolari, la sindrome metabolica e il cancro.

Gli acidi grassi omega 6 e omega 3 sono quindi metabolicamente e funzionalmente distinti. Gli omega 3 infatti riducono lo sviluppo del tessuto adiposo, favoriscono la perdita di peso, sviluppano azioni neuroprotettive e potenziano la biogenesi mitocondriale. Gli acidi grassi agiscono direttamente sul sistema nervoso centrale e influenzano l’appetito, la sensibilità all'insulina e la sensibilità alla leptina.
Ecco perché le diete ad alto contenuto di grassi omega 6 aumentano il rischio di diabete, la sensazione di fame e lo sviluppo dell’obesità.

In futuro dovremmo incrementare il consumo di omega 3 con la nostra dieta, prestando attenzione ai tipi di oli utilizzati in cucina e privilegiando il pesce piuttosto che la carne. Le prove scientifiche a riguardo sono molto forti e proprio per questo le nostre attenzioni devono sempre più focalizzarsi sulla qualità dei cibi e dei nutrienti e meno sulla semplicistica considerazione calorica.

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